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BOB DYLAN E LA NUOVA CANZONE INEDITA CHE SPEZZA IL CUORE E ARRIVA DIRETTA AL CERVELLO

Mai banale, mai retorico. Sprezzante, schietto, geniale, bugiardo e sincero e anche antipatico quanto basta per amarlo più di chiunque altro. Questo è Robert Allen Zimmerman, classe 1941, da Duluth, Minnesota, cittadina di nemmeno centomila persone divenuta celebre grazie al nome di Bob Dylan. Su questo immenso artista si è scritto di tutto e di più, nessuno mai è arrivato al suo livello da quando, nel lontano 1962 l’accoppiata John Hammond e Columbia Records decisero di pubblicare il suo primo omonimo album.

Bob Dylan photo

IL PERSONAGGIO BOB DYLAN

Da subito personaggio al di fuori degli schemi e con una spiccata personalità ha saputo anticipare i tempi, influenzando una infinita schiera di musicisti, ed avendo il merito di aver fatto conoscere il vero blues agli americani bianchi e la musica popolare bianca ai neri d’America. È stato il primo punk – ancora prima del coetaneo Lou Reed, mescolando le sue esperienze ebraiche, col blues, la Factory di Andy Warhol, Bertolt Brecht e il r’n’r – senza neanche saperlo, ma è stato bluesman, cantautore, rocker, scrittore, pittore e puranche attore. Ha cantato quello che gli avevano insegnato Woody Guthrie e Ramblin’ Jack Elliott e ha cantato pure Dio, alla sua maniera. Ha composto alcune delle più belle canzoni mai apparse su questo pianeta, tanto che si può infilare alla cieca una mano nella sua sterminata discografia ed un capolavoro ce lo trovi senz’altro. È stato etichettato in mille modi e lui è sempre riuscito a sfilarsi con classe e con la sua musica. Perché lui è Bob Dylan.

PREMI E RICONOSCIMENTI

Nella sua interminabile carriera ha ricevuto una serie infinita di premi e riconoscimenti, tra Grammy Award, Premi Oscar, Golden Globe, BAFTA, Lauree Honoris Causa fino al recente Premio Nobel per la Letteratura, conferitogli nel 2016 «per aver creato nuove espressioni poetiche nell’ambito della grande tradizione della canzone americana» e ritirato dall’amica Patti Smith poiché lui aveva già altri impegni.

MURDER MOST FOUL, JFK E IL CORONAVIRUS

E oggi, a quasi ottant’anni, eccolo stupirci ancora una volta, come solo lui sa fare, con una nuova canzone uscita chissà da dove e scritta chissà quando a sancire con forza che è ancora e sempre lui il migliore.

Un breve annuncio attraverso un post su Twitter di poche parole dove saluta e ringrazia i suoi fan e followers per il supporto e la lealtà con cui lo hanno sempre seguito. E a tutti loro regala questa canzone inedita «che potreste trovare interessante». Lui lo sa benissimo cosa gli e ci ha regalato e conclude con un «State al sicuro, state attenti e che Dio sia con voi». Poi parte il brano e subito si viene catapultati nell’universo Dylan. Diciassette minuti dura questa “Murder Most Foul”, lenta, tragica, maestosa, con un pianoforte appena accennato, un violino straziante lontano sullo sfondo, dei tamburi e la sua voce, una delle più belle voci che la musica abbia mai avuto e allo stesso tempo così tanto criticata.

Il brano ci arriva oggi quando siamo nel pieno di una catastrofe con questo Coronavirus che ci sta sterminando, e ci parla di un’altra immane catastrofe che è stato l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy avvenuto nel novembre 1963 a Dallas, Texas, che di morti ne ha fatti uno solo, ma ha ucciso un’intera generazione e i suoi sogni di pace.

“Murder Most Foul”, l’omicidio più disgustoso è la storia di quei tragici momenti e di quello che c’è stato. Tantissimi i riferimenti, dai Beatles che stavano arrivando negli USA, il blues, Hair e Woodstock con il suo sogno di pace e amore ucciso in quella Altamont mentre si dichiarava la simpatia verso il Diavolo e intanto l’Acid Queen britannica cerca di irretire il giovane Tommy. Poi partono una serie di citazioni, da Marilyn a Buster Keaton e Houdini, al jazz, gli Eagles, Allman Brothers, Buddy Holly, Fleetwood Mac, il rock e le sue canzoni, il cinema.
L’America, i suoi eroi e i suoi miti, quello che era e quello che abbiamo oggi.

Alcuni punti del testo sono veramente forti e toccanti «il giorno che hanno fatto esplodere il cervello del Re migliaia guardavano da casa e vedevano che tutto è successo così in fretta» e, anche, «Figlio, l’era dell’anticristo è appena iniziata».

Dylan ancora una volta non ci indica la strada, ci pone di fronte ad una realtà fredda, dura, fatta di bene e male che vivono in una sorta di parallelo dentro di noi. Insomma quasi a volerci dire che dobbiamo imparare dai nostri errori e che la morte è sempre in agguato.

Non ci è dato sapere se sia un invito alla popolazione a chiudersi in casa come qualcuno ipotizza, quello che sappiamo per certo che siamo di fronte all’ennesimo capolavoro di Dylan che riposava in un cassetto e ci ha messo degli anni ad uscire allo scoperto, come già capitò per tanti altri brani, vedi “Blind Willie McTell”.
Ma questo è Bob Dylan e a noi piace anche così.

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