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RIVISTE MUSICALI: DAL 1970 A OGGI, CINQUANT’ANNI DI MUSICA SCRITTA IN ITALIA

Riviste musicali, chi avrebbe immaginato nel lontano 1970 che si sarebbero quasi estinte? Mezzo secolo può sembrare tanto o nulla, a seconda del punto di osservazione che vogliamo scegliere per analizzare la storia dei magazine che hanno trattato di musica – quella di interesse internazionale legate al rock e ai suoni delle tradizioni folk – in una continua evoluzione ma che – con l’avvento di Internet – hanno dovuto cedere il passo pur restando, in alcuni casi, un punto saldo tra gli appassionati, rockettari e non.

Le riviste musicali ci hanno insegnato ad ascoltare la musica, ad amarla e ci hanno presentato la sua continua evoluzione, quasi sempre con puntualità e precisione.

storia delle riviste musicali italiane
Alcune delle principali copertine delle riviste musicali italiane

La storia delle riviste musicali italiane

Volendo parlare delle riviste che si occupano di musica rock o, comunque, di tutte quelle che ne hanno decretato la nascita, ovviamente il periodo da analizzare parte dalla metà degli anni Sessanta quando, anche in Italia, si iniziarono ad ascoltare quei “nuovi suoni” che giungevano dall’Inghilterra e dalla lontanissima America. Cercheremo di fare una carrellata sulle varie testate – almeno le più famose – senza considerare anche le innumerevoli fanzine nate nelle “cantine” dove il profumo del ciclostile e le mani imbrattate di inchiostro erano segni quasi eroici per gli allora giornalisti di settore.

Vogliamo evitare, soprattutto, ogni forma di polemica o di prendere posizioni in alcune diatribe, a volte anche aspre, sorte durante le conduzioni di alcune delle testate, che hanno visto burrascose separazioni e che, al contrario, vogliamo vedere come positive dal lato del rinnovamento della proposta offerta al pubblico.

Inutile anche porre l’accento sul passato come era dell’oro, non sarebbe corretto ricordare o sottolineare, con fare malinconico, che “si stava meglio quando si stava peggio”, perché non corrispondente al vero. Ogni epoca contiene in sé il seme della successiva, con errori e pregi, come scoprirete continuando la lettura.

Un aspetto per nulla da sottovalutare era l’abilità e la perseveranza di queste redazioni, spesso dei veri e propri dopolavoro, nel recuperare informazioni e materiale per poter impaginare questi piccoli capolavori di passione e cultura. Oggi, nell’era del digitale ci sembra tutto molto semplice, ma quando internet era ipotizzabile sono nei più arditi film di fantascienza avere informazioni sulle formazioni musicali, sulle loro uscite discografiche (si calcoli che in Italia una ridotta percentuale del materiale stampato veniva importato) era una vera e propria impresa, fatta di lettere scritte spesso a mano o a macchina ed inviate oltre oceano o nella “giovane” (musicalmente parlando) isola britannica, attendendo con pazienza l’arrivo delle risposte o – ancora meglio – i pacchi contenenti i 45 e 33 rpm con le loro formidabili copertine, vere enciclopedie di sapere.

I primi anni

Tra le prime riviste musicali italiane ad occuparsi delle nuove sonorità troviamo “Musica & Dischi”, fondata a Milano nel primissimo dopoguerra (ottobre 1945) con l’iniziale denominazione “Musica” alla quale si aggiungerà anche “Dischi” dalla seconda uscita. Se, come si può ipotizzare facilmente, all’inizio il magazine fondato dal musicologo Aldo Mario De Luigi si occupava quasi unicamente di musica classica col sopraggiungere degli anni Cinquanta ebbe l’intelligenza di aprirsi al jazz e alla musica leggera, introducendo le prime recensioni e diventando punto di riferimento per gli addetti del settore. Nello stesso anno metteva in moto le rotative anche “Musica Jazz” grazie a Gian Carlo Testoni al quale succederà il celebre Arrigo Polillo. Oggi – con le oltre 800 uscite – è un sicuro punto di riferimento per tutti gli appassionati di jazz italiani.

Gli anni ‘60

È con l’arrivo dei celebri sixties che la musica diventa una vera e propria icona del movimento giovanile che, proprio in quegli anni, decideva che la canzone era la loro miglior forma di comunicazione generazionale. Tralasciando i periodici che dedicavano spazio alla musica italiana, dal “Musichiere”, “Tuttamusica” fino a “Ciao Amici”, “Big” e “Qui Giovani” si arriva alla fine dei Sessanta quando nelle edicole italiane appare “Ciao 2001

Ciao 2001

L’avvento di questa rivista ad uscita settimanale si rivelò un grande successo. Le copertine iniziarono già da subito a dare risalto ai nuovi eroi dei giovani italiani, come Gianni Morandi e i nascenti cantautori, vedi Guccini, Francesco De Gregori o Lucio Dalla, alternati dalle star che arrivavano soprattutto dall’Inghilterra – grazie al lavoro dell’inviato Michael Pergolani – come Beatles e tutto il filone del Progressive che in quegli anni dettava legge anche in Italia. Ci fu una grande apertura anche alle sonorità che arrivavano dall’America, sospinte dal fenomeno Crosby, Stills, Nash & Young e dal West Coast Sound. Il periodico romano ebbe in quegli anni un ruolo determinante sotto la guida di Saverio Rotondi e Francesco Puzo che lanciarono anche nuove importanti firme dell’allora panorama giornalistico, come il giovanissimo Riccardo Bertoncelli, Enzo Caffarelli e Walter Mauro. Ciao 2001 terminò le pubblicazioni nel 2000, arrivando al numero 1212.

Gli anni ‘70

Sono questi gli anni decisamente più importanti per la musica rock e la diffusione di essa in Italia. Anni roventi in tutti i sensi e che generarono una serie di pubblicazioni di alto livello culturale, da quelle definite di “controcultura” e politicamente indirizzate ad altre solamente dedicate alla musica. In quegli anni si passò dalla fine del sogno hippie alla nascita del punk e della new wave, le ultime vere forme di ribellione sociale prettamente legate alla musica.

Suono

Fondato nel 1971 “Suono” è la più longeva rivista che si occupa di hi-fi e di musica. I consigli sugli acquisti dei vari impianti stereofonici per ascoltare sempre meglio la musica (quasi un paradosso oggi) e quali dischi ascoltare era alla base di questa storica rivista. Col passare del tempo nella rivista venne dato sempre maggiore spazio alle recensioni di dischi e di libri grazie al contributo di alcune valenti figure del giornalismo italiano quali Max Stèfani, Aldo Pedron, Paolo Carù, Marino Grandi e Pierangelo Valenti, che rivedremo in altri futuri progetti.

Muzak

In quegli anni di lotte politiche dagli ambienti extraparlamentari della sinistra romana prese il via la rivista “Muzak” che arrivò per la prima volta in edicola nell’ottobre del 1973. Diretto da Giaime Pintor era un vero e proprio manifesto alternativo, della “muzak generation” che trattava tematiche sociali e culturali, dedicando grande spazio alla musica, dal rock progressivo, a Dylan, passando per gli Stones e Frank Zappa. Una visione alternativa, con grandi firme del giornalismo tra cui Bertoncelli, Paolo Carù, Aldo Pedron, ma anche nomi illustri come Francesco Guccini, Fernanda Pivano, Giovanna Marini, Lidia Ravera e Paolo Pietrangeli, a voler regalare il proprio contributo in quegli anni indimenticabili, almeno musicalmente parlando, ma che ebbe breve vita. Infatti la rivista cessò la propria attività nel 1975.

Gong

Se “Muzak” era l’espressione della controcultura della sinistra romana a Milano – nel luglio del 1974 – venne fondato il mensile “Gong” da un gruppo redazionale che ne rappresentava la costola lombarda. Diretto da Antonino Antonucci Fumagalli il nuovo mensile si poteva vantare di essere stato il primo ad aver diffuso in Italia la scena di Canterbury, oltre al jazz, la musica contemporanea e le varie nascenti avanguardie. Non era solo una rivista di musica, ma dedicava ampi spazi alla politica, al cinema e all’editoria, fumetti compresi. Dal formato grafico maggiorato con le grafiche curate dal geniale Mario Convertino (fino al 1976) chiuse i battenti nel 1978, quando a dirigerlo era Riccardo Bertoncelli.

Popster

Dopo l’esperienza in “Suono” Max Stèfani fonda – in collaborazione con Danilo Moroni – “Popster” che aveva la caratteristica si essere un poster ripiegato su sé stesso e nel cui retro si potevano avere ben 8 pagine dedicate all’artista o alla band protagonista di quel numero. La brillante idea portò ben presto ad ampliarne il formato e dal quarto numero Carlo Massarini diverrà il nuovo direttore, il quale lo trasformò in vera e propria rivista di 80 pagine, ma sempre con il poster al suo interno. Nel 1979 entra in redazione anche Red Ronnie e, per restare al passo coi tempi, il magazine aprì all’emergente new wave e alla musica italiana, ma un solo anno dopo chiuse e buona parte dei collaboratori confluirono nel nuovo progetto “Rockstar”.

Il Mucchio Selvaggio

Ormai i tempi erano maturi per arrivare ad una rivista mensile che si occupasse unicamente di musica statunitense ed – in parte – inglese, dando grande spazio alle musiche popolari quali blues, old-time, bluegrass e folk britannico, grazie al contributo fondamentale di Marino Grandi, Pierangelo Valenti, Mariano De Simone, Raffaele Galli e tanti altri veri esperti del settore. È sempre Stèfani, in quegli anni particolarmente attivo, che riunisce i collaboratori dell’area milanese di “Suono”, ovvero Carù, Pedron e Grandi i quali provano a ricreare l’asse Roma-Milano. Con Neil Young in copertina, una lunga biografia dedicata a David Bromberg, un’altra a Jesse Winchester, più gli spazi dedicati al blues e alla popular music ci fanno capire già dal primo numero quale sarà la “mission” de “Il Mucchio Selvaggio” che prende il titolo da un film di Sam Peckinpah. Una rivista che immediatamente entra nel cuore dei tanti appassionati, anche se – siamo alla fine del 1977 – l’ombra scura ed opprimente del punk sta arrivando ad offuscare la magia che il rock aveva creato nel decennio precedente.

Ma il sodalizio tra la Capitale e la comitiva meneghina dura fino al 1980, poi una rottura interna vede il Mucchio restare in territorio laziale, dove aprirà sempre più all’onda della new wave, sempre sotto l’egida di Stèfani che resterà alla guida della rivista, che vedrà tanti cambiamenti ed avvicendamenti, fino al 2018, anno della definitiva chiusura.

Rockerilla

Perfetta alternativa al Mucchio Selvaggio “Rockerilla” è la rivista che ha dato voce ai movimenti alternativi al classic rock e al folk. Nato quasi come fanzine, ma molto ben organizzata, dal 1980 la rivista ligure ebbe la capacità di intercettare i nuovi gusti dei giovani, attratti dal punk, dalla new wave ma anche dal metal e, negli anni ’90, dal movimento grunge. Da rivista underground ben presto arrivò a trovare una nutrita schiera di lettori, grazie all’abilità dei numerosi collaboratori.

Gli anni ‘80

Gli anni Ottanta coincidono con un rito di passaggio del testimone, la definitiva fine di un’epoca, di un modo di pensare e di fare musica rock, lasciando il passo al punk e alla new wave capaci di intercettare i sentimenti di ribellione di una nuova generazione che vuol prendere le distanze da certi suoni, divenuti ormai ricchi di orpelli e senza più quell’anima artistica e trasgressiva che aveva caratterizzato la prima parte del decennio precedente. Ultimo spiraglio di vera rivoluzione musicale, ma anche questa dalla flebile durata e invasa dal sistema capitalistico. La musica dei capelli colorati, delle catene e delle spille conficcate nella pelle entra di diritto nelle riviste musicali, scalzando i grandi eroi di un tempo, mentre solo il Metal – in tutte le sue variabili – pare voler partecipare ad un “campionato a parte”.

Rockstar

Nata nel 1980 “Rockstar” è una rivista di rock mainstream – come si definisce. A differenza delle altre riviste del periodo è quella che si presentava ad un pubblico meno attento, intercettando i lettori di Ciao 2001 piuttosto che quelli più interessati ad un certo tipo di cultura musicale. La rivista interruppe le pubblicazioni dopo 351 edizioni, nel febbraio 2010.

L’Ultimo Buscadero

Il coraggio di un’ancora forte zoccolo duro di affezionati al rock – soprattutto stelle e strisce – non vuole gettare la spugna, e viene quindi fondato “L’Ultimo Buscadero”. È la truppa milanese uscita dal “Mucchio Selvaggio” che – ancora ispirandosi ad un film di Peckinpah – mette nelle edicole di tutta Italia una nuova rivista che si presenta con Bruce Springsteen sulla copertina per chiarire la linea editoriale. Sono Paolo Carù e Aldo Pedron che si rendono abili nell’attorniarsi di un grande numero di collaboratori per tenere alta la bandiera americana e di un certo rock che ha ancora tanti estimatori. È attraverso le pagine di questa rivista –ancora oggi in edicola – che il pubblico italiano ha potuto seguire l’evoluzione di certa musica statunitense e il “Buscadero” (questo il nuovo titolo apparso dal n. 53 del Novembre 1985) è diventato una tappa fissa per una serie di lettori, diciamo nostalgici ma anche aperti a scoprire una normale evoluzione del suono, nella sua ciclica fase di mutazioni.

Il Blues

Marino Grandi non se la sente di seguire i vecchi amici e collaboratori, forse fiutando che per il blues – la sua grande passione che lo vede tra i massimi esperti mondiali della cultura afro-americana – ci sarebbe stato poco spazio, in collaborazione quindi con una serie di illustri figure dell’ambiente blues dà vita ad una rivista esclusivamente dedicata alla black music. “Il Blues”, nome azzeccatissimo, vede la luce nel dicembre 1982 e ha un aspetto grafico molto più sobrio e minimale, quasi nel rispetto del genere trattato. Anche la scelta di non cedere all’utilizzo del colore ma di rimanere – e lo è tutt’ora – in bianco e nero è una preferenza fortemente voluta che è diventata una caratteristica che lo contraddistingue un po’ da tutte le altre riviste. “Il Blues” ha mantenuto lo spirito iniziale: la genuinità e l’onestà intellettuale è una prerogativa che il direttore Grandi, sempre alla guida, chiede e in un certo senso pretende dai suoi collaboratori. Il trimestrale, oggi non più in edicola in edizione cartacea, lo si può trovare solamente online previo abbonamento.

Hi, Folks!

Al pari di Marino Grandi anche Pierangelo Valenti ha in mente un progetto ben definito e legato alla sua passione, che lo vede come uno dei massimi esperti di musica popolare bianca. Dopo l’uscita dal Mucchio lascia sedimentare le idee per poi dar vita nel 1983, assieme ad Ezio Guaitamacchi, Roberto Monesi, Isabella Pinucci e ad un discreto numero di collaboratori ad “Hi, Folks!” che si prenderà cura nei 10 anni di pubblicazioni ad quel settore della musica acustica che trovava, in quegli anni, sempre meno visibilità sulla carta stampata. Che fosse blues, bluegrass, old-time, cajun o musica di derivazione britannica tra le pagine di questa incredibile rivista veniva sempre analizzata con competenza e passione.

Gli anni ‘90

Un certo tipo di musica perde sempre più di intensità, ormai i grandi numeri in fatto di vendite discografiche (ma anche nei concerti) arrivano dal settore più commerciale. Non più la musica come oggetto di comunicazione, ma solamente di svago. Farà eccezione per un breve periodo l’avvento del grunge, nato sul finire del decennio precedente nell’area metropolitana di Seattle e che farà del nichilismo la sua arma vincente. Ispirato da Iggy Pop, Neil Young, Velvet Underground, il grunge sarà l’ultimo vero sussulto musicale degno di nota, che vedrà nelle seguenti generazioni un differente utilizzo e percezione della musica, modificando, anche grazie alla nascita dei video musicali, la fruizione della stessa.

Rumore

Rumore” nasce nel 1992 per volontà di Claudio Sorge – già codirettore di “Rockerilla” – che decide di farne una sorta di clone sempre trattando di musica alternativa. Autorevoli firme si sono succedute tra le pagine di questa rivista che continua a godere di un certo interesse da parte di un pubblico di nicchia, ma che sa dimostrarsi fedele alla linea editoriale.

Late For The Sky

Altra rivista di spessore dedicata alla musica principalmente acustica o, comunque, molto vicina al country rock statunitense. “Late For The Sky” nasce come organo ufficiale dell’Associazione Vinyl Legacy nel 1992, e non sempre di facile reperibilità, si è contraddistinta per l’accuratezza dei suoi articoli e per la sempre curata veste grafica. Oggi è un magazine regolarmente online e attivo.

Jam

Fondata nel 1994 da Ezio Guaitamacchi e da Marialina Marcucci (che all’epoca dirigeva Videomusic) “Jam” è una rivista mensile d’informazione musicale che dal 2014 ha smesso le pubblicazioni cartacee ed è rimasto come magazine digitale. Nato sulla falsariga del Mucchio Selvaggio e del Buscadero ha saputo imporsi per la presenza di ottimi giornalisti, tra cui Paolo Vites, Ernesto De Pascale, Fabio Treves, Aldo Pedron, Enzo Gentile, si rivolge ad un pubblico più eterogeneo, grazie anche ad un’accattivante veste grafica.

Blow Up

Rivista molto intelligente e ben curata dal direttore Stefano Isidoro Bianchi che è stato capace di dargli un taglio culturale dedicato a filoni tematici. “Blow Up” nasce nel 1995 come fanzine diventa rivista a tutti gli effetti nel 1998 e si impossessa di quel pubblico alla ricerca di informazioni sulla musica alternativa di alto livello, ma spesso relegata nell’ombra, senza disdegnare disgressioni nella musica più popolare, ma sempre con acume e professionalità. Assieme alla rivista sono usciti anche una serie di volumi tematici e tra le pagine della rivista è possibile leggere firme autorevoli, quali quelle di Bertoncelli, Federico Guglielmi, Gino Dal Soler, Christian Zingales e tanti altri.

L’isola che non c’era

Anche se in questo caso parliamo di una rivista che tratta esclusivamente musica italiana, merita una menzione anche la lombarda “L’isola che non c’era”, fondata nel 1996 e che per 20 anni è stata in formato cartaceo, per poi passare all’online dove continua ancor oggi con grande professionalità. Cantautorato, ma anche blues e rock targato Italia, sempre alla ricerca del meglio della produzione di casa nostra. Da sottolineare che dal 2004 la redazione ha dato vita ad un concorso – intitolato “L’artista che non c’era” – tra i più importanti a livello nazionale e dedicato alla nuova canzone d’autore.

Il nuovo millennio

Col sopraggiungere del XXI Secolo, l’avvento di internet e la sempre più diversa percezione dell’ascolto della musica e del suo utilizzo, le riviste musicali hanno subito una notevole flessione. Tante di esse hanno chiuso i battenti, molte si sono trasferite sul web, solo qualcuna ha mantenuto le uscite, nonostante la ben nota crisi del settore dell’editoria. Segnali di cambiamenti, ai quali si spera possano succederne di più positivi, perché la musica – un po’ come tutte le forme d’arte – merita maggiore rispetto. E’ inimmaginabile un mondo senza musica e senza la curiosità che contraddistingueva quegli impareggiabili anni ’60 e ’70.

Beato chi li ha potuti vivere.

Ovviamente le riviste musicali che abbiamo analizzato sono solo alcune, forse quelle che maggiormente hanno influito nella vita di una certa generazione, consapevoli dell’esistenza di altre realtà di grande spessore, come ad esempio “Chitarre”, “Guitar Club” e “Axe“, dedicate alle 6 corde, “Raro!”, “Velvet”, “Classic Rock“, “Classix” e “Metal Shock”, tra le più conosciute.

Un capitolo a parte andrebbe dedicato a tutte le testate e i blog che si possono trovare in rete, nuova forma di comunicazione, spesso fatta da firme di qualità, molti dei quali già protagonisti dell’era cartacea.

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