Raimondo Lorenzetti nasce il 25 agosto 1948 a Casaleone, tra Verona e Ostiglia, nel cuore delle Grandi Valli Veronesi. Cresce in un ambiente rurale, e da ragazzo impara il mestiere di falegname come apprendista in bottega.
Accanto al lavoro, però, coltiva una passione intima e costante: il disegno, incoraggiato – seppure tra difficoltà e contraddizioni – da una madre segnata da una profonda depressione post-partum.
Negli anni Settanta, diventato un abile intagliatore, apre la sua attività artigiana. È proprio per esigenze professionali che inizia a riprodurre quadri antichi, un esercizio che lo avvicina, quasi in punta di piedi, al mondo della pittura.
L’incontro con il celebre Aligi Sassu, nei primi anni Ottanta, segna una svolta: il maestro riconosce la forza originale della sua visione artistica e ne sancisce il valore con uno scambio di opere.
Ma la carriera di Lorenzetti subisce una brusca interruzione nel 1984, quando la malattia della madre lo costringe a sospendere ogni attività espositiva per oltre un decennio.
Nel 1995, l’artista torna a dipingere con rinnovata intensità, riprendendo il cammino interrotto e riportando le sue opere nelle gallerie italiane. Un ritorno che segna l’inizio della sua maturità artistica.
Hanno scritto di lui numerosi critici d’arte tra i quali Emilio Tadini, Renzo Biason, Vittorio Sgarbi, Paolo Rizzi, Luca Beatrice.
LO STILE PITTORICO DI RAIMONDO LORENZETTI
C’è una linea invisibile che attraversa la pianura padana e che, sotterranea, nutre l’arte di chi vi nasce o vi si immerge. È quella linfa fatta di nebbie, di fiume, di tradizioni antiche e di memorie popolari.
Guardando le tele di Raimondo Lorenzetti, quella presenza si avverte subito, quasi come una scossa improvvisa: nei suoi dipinti affiora un mondo sospeso, dove convivono il primitivo, il surreale e una vena metafisica che avrebbe sicuramente divertito e affascinato persino Federico Fellini.
L’incontro con l’artista rivela subito questa doppia matrice: da un lato il richiamo alla pittura antica, alle prospettive geometriche di Paolo Uccello, dall’altro un gusto arcaico che rimanda alle icone bizantine o al candore visionario del Doganiere Rousseau.
Lorenzetti possiede un’immaginazione fertile e teatrale: basta uno stimolo perché dal suo pennello prenda forma un universo di personaggi e situazioni.
Ogni quadro è un palcoscenico a sé: figure umane, animali e simboli trovano posto in paesaggi che portano il segno inconfondibile del Po, con l’acqua grigia del fiume, le rive verdi e lo sfondo di silos e fornaci. I cieli, studiati nelle loro variazioni tonali, creano un’atmosfera sospesa, capace di sottrarre l’occhio al peso della realtà quotidiana.
Eppure è la presenza umana a dominare la scena. Uomini e donne abitano queste tele con un’intensità particolare: comunicano un’ironia sottile, un’inquietudine religiosa, una partecipazione emotiva che tradisce sempre un fondo morale.
I titoli parlano da soli: I giocatori di carte, Le bagnanti, Il carnevale, Pensiero sospeso, La cuccagna… fino a sorprendenti invenzioni come Quelli che fanno il temporale, in cui la fantasia diventa rito collettivo.
Accanto all’uomo, non mancano gli animali. Dalle anitre che trainano uomini sugli sci in La gara, al pescatore che si lascia trasportare da un enorme pesce, fino all’allegorico maiale o agli aironi in volo: presenze simboliche e fiabesche, capaci di dare corpo al racconto.
COSA PENSA DI LUI VITTTORIO SGARBI
Il critico d’arte Vittorio Sgarbi si pronuncia con queste parole: «Magico, Raimondo Lorenzetti. Candido, ma di ineccepibile puntualità, quando di sé dice tutto quello che potrebbe dire: “Sono nato nel 1948, autodidatta, non seguo nessuna corrente, tutto quello che dipingo è frutto della mia fantasia”.
Sintesi lapidaria, da futuro epitaffio, tecnicamente perfetta. Cosa c’è bisogno di sapere di più per capire le sue opere? Niente, col che il mio ruolo di “introduttore” critico si potrebbe dire esaurito prima ancora di cominciare.
Se proprio si volesse aggiungere qualcosa alla sintesi perfetta di Lorenzetti è che nei suoi dipinti la realtà viene ribaltata nel principio di ragione, annullata nella forza di gravità, rimescolata con un gioco infinito di tarocchi in cui tutti tutto può essere allo stesso modo vincente e perdente, bello e brutto, buono e cattivo, con storie mai concluse che ne rincorrono altre, incubi che diventano favole e favole che diventano incubi, continuamente, neanche darci il tempo di provare le sensazioni corrispondenti.
Ciò che conta, in queste storie senza storia, in questi voli a mezz’aria senza una meta precisa, è altro, la capacità di ogni singola comunicazione visiva di sorprenderci, di spaesarci, anche di impressionarci negli accostamenti più mostruosi, nella compenetrazione di colpi e di cose apparentemente inconciliabili fino a suggerirci la possibilità che quei tarocchi nascondano un significato recondito, oscuro, ma rivelatore del tutto come la ragione non sarebbe in grado di fare.
Ciò che muta più significativamente, è la consapevolezza del gioco onirico che viene accelerato, talvolta anche con cinismo e spietatezza, nel tentativo di ottenerne esiti sempre più imprevedibili, volteggi ed acrobazie aeree sempre più sprezzanti della gravità terrestre, compenetrazione sempre più costose, espressione sempre più mostruoso, espressioni sempre più urlate.»
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