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Guido Giazzi, il Buscadero ed una vita ricca di musica e cultura

Guido Giazzi non è solamente il direttore del Buscadero, una delle più importanti riviste di musica del panorama italiano ma anche – se non soprattutto – uno di quegli appassionati di musica, rock, folk e jazz più sinceri che si possano incontrare.

Noi di A-Z Press abbiamo avuto l’occasione di poter trascorrere la scorsa estate una serata in sua compagnia al termine di un concerto durante il festival Deltablues Rovigo, gustandoci una birra nella hall dell’albergo che ci ospitava.

Abbiamo, così, avuto l’opportunità di conoscere un po’ meglio Guido, che da anni ci parla di musica, cultura, politica e di vita quotidiana attraverso l’editoriale della rivista mensile che dirige.

La cosa più piacevole è stata quella di poter percepire dalle sue parole e dai suoi occhi, in febbrile movimento, la sua passione che è rimasta pura e sincera, quasi fanciullesca, senza la minima ombra di un secondario interesse che può arrivare a minare la credibilità di una persona, che ancora oggi si presenta, con apertura mentale e disponibilità mettendoti subito a tuo agio.

Guido Giazzi foto Mattia Rispoli
Guido Giazzi e una storica copia del Buscadero (foto Mattia Rispoli)

A-Z Press incontra Guido Giazzi

Guido, sappiamo poco di te, non sei certo quel genere di persona che si mette in mostra in cerca di facili elogi. Dai tuoi editoriali ci è capitato di leggere che li stavi scrivendo da diverse parti del mondo. Raccontaci brevemente chi è Guido Giazzi

Sarò breve. Ho 68 anni, appena compiuti, sono sposato e ho un figlio. Sia mia moglie che mio figlio non sono appassionati alla musica ma me ne sono fatto una ragione. Sono laureato in Chimica e ho lavorato per più di 40 anni presso una multinazionale che produceva e commercializzava strumentazione scientifica. Ero responsabile di una linea di strumenti per la determinazione di CHNS/O (Carbonio, Idrogeno, Azoto, Zolfo e Ossigeno) e ho scritto diverse pubblicazioni scientifiche. Grazie al mio lavoro ho potuto girare il mondo e divertirmi, perché ho conosciuto persone molto interessanti con molti dei quali sono ancora in contatto. Per trent’anni ho ideato e diretto, con gli amici Fulvio Beretta e Dario Maffioli, Vinilmania, la prima fiera internazionale del disco organizzata in Italia. Da due anni sono Presidente dell’Associazione L’Isola della Musica Italiana che si prefigge come finalità la promozione, la diffusione e la difesa della canzone d’autore.

Da poco ho terminato il mio rapporto di lavoro scientifico – mi è spiaciuto molto ma lavorare adesso in condizioni di lockdown è davvero molto difficile – ed ora ho più tempo per dedicarmi alla musica, alla lettura, al ciclismo e ad altri interessi che allietano la vita.

La tua passione per la musica, supponiamo, arriva già da quando eri ragazzo, quando essa era non solo un semplice hobby ma, piuttosto, uno stile di vita. Come sei arrivato ad essere uno dei più conosciuti giornalisti di una musica che in Italia si può definire di nicchia, nonostante abbia ancora tanti seguaci?

Anche in questo sono stato molto fortunato. Abitavo ed abito tuttora alla periferia di Milano (zona Affori) e negli anni Sessanta, come in molte aree milanesi e italiane vi erano molte band giovanili, i complessi, che suonavano nelle cantine. Mio cugino Mario, più grande di me, suonava nei Free Men ed io, quattordicenne, con il permesso dei miei genitori potevo seguirlo nelle lunghe session serali quando provava con i suoi amici. Sentire quelle canzoni – ricordo Whiter Shade of Pale dei Procul Harum, Bus Stop degli Hollies o Crimson and Clover di Tommy James and The Shondells – ripetute ogni sera decine di volte alla ricerca, si fa per dire, della perfezione, mi ha aperto un mondo. Il beat è stato un periodo magico. In ogni cantina vi era una band che suonava – solitamente con una line up alla Beatles – ed era davvero una festa. C’era un fermento particolare e nonostante i pochi mezzi – strumenti musicali economici, amplificatori oggi ridicoli – alcuni ragazzi erano davvero bravi a riproporre le canzoni più famose o a cercare di crearne di nuove.

Gli amici di mio cugino, tutti più grandi di me, mi hanno poi fatto conoscere personaggi che per un teenager dell’epoca era meravigliose scoperte: Dylan, gli Animals, i Them, Barry McGuire, i Kinks, Ray Charles etc… Meravigliose scoperte arricchitesi poi con la lettura delle riviste musicali dell’epoca Big, Ciao Amici, Giovani. Ecco questi sono stati i miei inizi nei lontani anni Sessanta. Poi col tempo, partendo da queste tracce mi sono avvicinato al blues, al jazz, al soul e ancora adesso mi diverto a spaziare tra le varie correnti musicali. Piccolo particolare: all’epoca non esistevano per molti artisti, informazioni attendibili. Non c’era Wikipedia, non c’era Internet o YouTube o Spotify ma non vi erano nemmeno libri o riviste dedicate a specifici generi musicali. Anche questa difficoltà a reperire informazioni ha accentuato la voglia di conoscere, di approfondire. Quindi questo aspetto negativo ha catalizzato tutta la mia generazione, e per molti della mia età, la musica – i concerti, i dischi, il collezionismo – gioca ancora adesso un ruolo importante

È inevitabile domandarti, oggi nel nuovo Millennio, qual è la differenza non della musica, che deve avere una inevitabile evoluzione, ma di come la si percepisce e ascolta.

Negli ultimi dieci anni la musica ha perso valore e questo mi dispiace moltissimo. Questa decadenza musicale la si nota in molti aspetti della nostra vita. Anni fa frequentando le edicole negli aeroporti, la sezione dedicate alle riviste musicali era ricchissima, per me era una gioia per gli occhi e per la mente. Adesso le riviste musicali sono rare e occultate da pubblicazioni dedicate ai tatuaggi, al fitness, al giardinaggio, al bricolage, agli animali… la musica interessa a pochi. Spesso oggi si associa la musica ai programmi televisivi dedicati ai talent ma anche questi mi provocano una profonda tristezza. È un peccato, perché ci sono molti ragazzi interessanti che meriterebbero attenzione, ma oggi le case discografiche non hanno più tempo per far crescere un artista.

Oggi è molto più importante il colore dei capelli, una storia lacrimevole alle spalle, un atteggiamento spavaldo, un tatuaggio sul viso… qualcosa che possa bucare lo schermo, che possa colpire chi guarda. Il talento reale del personaggio conta poco, conta molto di più l’immagine che gli si crea addosso. Non è un caso che ancora oggi, e questo è triste, la musica degli Anni Sessanta e Settanta abbia ancora un’importanza reale e lo si nota nelle colonne sonore dei film o nelle musiche scelte per gli spot pubblicitari.

Sappiamo che sei entrato nel mondo dei social media da poco tempo. Che giudizio ti sentiresti di dare oggi a questo fenomeno che ha radicalmente cambiato le nostre vite. È giusto ostinarsi a non farne parte, oppure pensi si tratti in alcuni casi di un atteggiamento che possiamo definire snob?

Internet è incredibile e solo un pazzo potrebbe non riconoscerne l’importanza. Quello che spaventa è che un’arma così potente sia ancora oggi alla ricerca di regole. Se Twitter decide di zittire i messaggi di Donald Trump tutti plaudono l’azione ma per anni questo signore biondo ha potuto scrivere quello che voleva ed ora a pochi giorni dalla scadenza del mandato da Presidente degli Stati Uniti, molti hanno trovato il coraggio per legittimare questa azione censoria. Capisco che legiferare sui social non è semplice ma è tempo che gli Stati Uniti e l’Europa regolarizzino questa potente e indispensabile arma, in primo luogo fissando delle leggi chiare, e infine costringendo questi colossi – Amazon, per fare un esempio, è una società che vanta 840.000 dipendenti ! – a pagare le tasse nella nazioni dove fanno gli affari. FaceBook è un mezzo importante per comunicare, troppo spesso però mi sembra usato come manifestazione del proprio ego. Per questo cerco di utilizzarlo con cautela.

Essere direttore di una rivista come il Buscadero che, nonostante tutto, continua a trattare un genere musicale ben distante da quello che può essere definito mainstream, ha ancora una sua logica? Vedi una speranza nel futuro del rock?

Essere il direttore del Buscadero mi permette di avere contatto con molti lettori e di comprendere i cambiamenti e gli umori del periodo in cui viviamo. Adesso siamo in una fase di trasformazione, per motivi sociali e politici. Il lockdown ci costringe a stare in casa a pensare. I tempi sono duri sia per la paura del contagio sia per i grandi problemi economici che il virus ha generato e genererà nei prossimi mesi. L’instabilità politica del nostro Paese, le debolezze dell’apparato industriale, la paura di un disastro economico non sono fattori da sottovalutare. Ascoltare musica a casa significa ritagliarsi un area protetta, lasciando fuori i cattivi pensieri.

Il mese scorso abbiamo festeggiato i 40 anni del Buscadero. Rimanere nelle edicole, ormai sempre più rare, con una rivista cartacea, come si dice in gergo, è un piccolo miracolo. E questo miracolo lo si deve ad una linea editoriale ben precisa e ad un pubblico affezionato, uno zoccolo duro anzi durissimo. Molti lettori del Buscadero sono riusciti a passare ai figli la loro passione musicale ed oggi sono questi ragazzi che cercano nella musica una speranza o una riflessione sul tempo in cui viviamo. Sicuramente oggi il rap e l’hip hop, nonostante i limiti strutturali, possiedono una valenza rivoluzionaria che altri generi non hanno. Le periferie, lo vedi dallo stile e dalle scritte sui muri, ascoltano i rapper. Quindi comprendo questo genere di musica come fenomeno sociale e come valvola di sfogo anche se musicalmente (e politicamente) mi sembrano spesso esercizi un po’ banali. C’è futuro per la musica rock e non solo, ma vanno studiati i tempi e modi per farla conoscere maggiormente.

Intervista a Guido Giazzi
Guido Giazzi, una vita per la musica (foto Mattia Rispoli)

Cosa ci dici dei ragazzi di oggi? È molto semplice arrivare a criticare i loro gusti e, troppo spesso, ci dimentichiamo come noi alla loro età subimmo lo stesso trattamento. Pensi che ci sia un errore anche da parte della nostra generazione nel non essere stati in grado di coinvolgere all’ascolto di un certo filone musicale le nuove leve? Possiamo fare qualcosa per accorciare la distanza tra le due generazioni, oppure sarebbe un inutile errore?

Io partirei da un punto chiave che riguarda l’ascolto della musica. Ricordo che quando ero ragazzo, l’uscita un disco importante che aspettavi da mesi, era salutata con particolare impegno. A volte ci si trovava in casa con altri amici per ascoltare attentamente il nuovo album. Si abbassavano le tapparelle, alcuni accendevano le candele ed, in silenzio, si dava inizio all’ascolto. Anche estrarre il disco dalla busta, metterlo sul giradischi dopo aver pulito e controllato la puntina, faceva parte della liturgia. Il rito si completava poi con la lettura delle note di copertina o con la traduzione dei testi. Quindi non solo i titoli dei brani, non solo gli autori delle canzoni ma era importante conoscere chi era il produttore, dove era stato registrato l’album, chi erano i musicisti … erano tutti indizi per comprendere meglio l’album che stavi ascoltando. Cose del secolo scorso. Oggi l’ascolto è breve e distratto. La musica spesso deve avere il supporto delle immagini e poi già tre minuti di canzone sono un tempo infinitamente lungo. Tutto deve essere concepito per tempi brevi altrimenti l’ascoltatore perde l’attenzione.

Se penso che Like a Rolling Stone di Bob Dylan (1965) durava sei minuti ed era già fuori dai canoni radiofonici, oggi cinquantacinque anni dopo, se superi i due – tre minuti nessuna radio passa la tua canzone.

A questo proposito suggerisco la lettura del libro Bassa Risoluzione di Massimo Mantellini. Un libro molto interessante sui tempi in cui viviamo. Nella introduzione a pagina 4, l’autore fa una considerazione importante.

Negli Anni Settanta impazzivamo per l’Alta Fedeltà. L’amplificatore era importantissimo, le cuffie giocavano un ruolo fondamentale, le testine veniva cambiate spesso alla ricerca del suono perfetto. Oggi – continua l’autore – entro in camera di mia figlia. Sta ascoltano musica che esce dal computer tramite una connessione a internet, YouTube e un paio di casse di plastica che costano 8 euro. Le chiedo “Francesca, come suona la musica qui nella tua stanza”? Le mi guarda stupita e risponde: “Benissimo”. (Non a caso il volume si intitola Bassa Risoluzione). Mantellini allora si chiede ma la nostra ricerca del suono perfetto dove è andata a finire ? Ho fatto questo esempio per illustrare in questi decenni come è cambiato l’ascolto musicale. Per i ragazzi degli anni Settanta la musica era importante e a volte difficile da raggiungere – era difficile recuperare gli album, a volte solo di importazione, i negozi erano scarsi, le poste non funzionavano benissimo, non esistevano libri dedicati a certi periodi storici, il collezionismo era di là da venire ecc. – oggi la musica è ovunque, non ha bisogno di essere ricercata quindi, è incredibile ma è così, ha perso di valore. La musica è davvero buttata via. Se vai negli ipermercati trovi oggi dei cestoni contenenti anche opere discografiche importanti valutate pochi euro. Un altro dei sintomi dello svilimento dell’opera musicale.

È logico e giusto poter affermare, come tanti fanno, che la musica degli anni ’60 e ’70 ha avuto una marcia in più e che quello è stato un decennio irripetibile, oppure è solo un sentimento che appartiene a chi quella musica l’ha vissuta nel momento topico?

Io penso che ancora oggi la musica sia importante. La musica è un fenomeno sociale non è solo marketing & business. Bisognerebbe che la famiglia e le scuole educassero all’ascolto. Dietro a molte canzoni ci sono delle bellissime storie, sarebbe importante portarle alla luce. Con le musiche puoi raccontare eventi, avvenimenti politici, puoi raccontare meglio che un film, il momento storico che la melodia evoca.

Per esempio, pensa a Strange Fruit di Billie Holiday: se l’ascolti in sottofondo è una lenta sad song ma se analizzi il testo, se racconti la vita dell’interprete, se descrivi l’America degli anni Quaranta sono convinto che anche un amante del rap non possa rimanere insensibile all’intensità di questo brano. Mi è capitato di parlare nelle scuole a studenti forse poco interessati al rock, al blues o alla musica del passato, ma basta saper usare le giuste leve e l’attenzione e la curiosità si risvegliano.

Non ti chiederemo chi tra le tante firme giornalistiche che hai incontrato lungo il tuo percorso tu abbia maggiormente stimato, ma una domanda te la vogliamo fare: Qual è la copertina del Buscadero alla quale sei maggiormente legato?

Ricordo con particolare piacere la copertina che dedicammo a Tracy Chapman. Lei era all’esordio discografico e pur incidendo per una major, pochi la conoscevano. Io e Paolo Carù, vera anima della rivista, decidemmo di darle la copertina. L’album – Tracy Chapman (1988) – ci sembrava molto interessante e i testi e la vocalità della ragazza ci avevano particolarmente colpito. L’album ebbe un successo incredibile e raggiunse la vetta delle classifiche in America e anche in Italia ebbe un favorevole riscontro commerciale. (Negli anni l’album vendette circa 20 milioni di copie) . Eravamo consci del valore dell’album, quello che ci sorprese furono i commenti della casa discografica. Scoprimmo così che la nostra fu la prima copertina al mondo dedicata alla Chapman e la Warner Bros, nella presentazione ufficiale alla forza vendita mondiale, incluse in bella evidenza la nostra testata prima delle gloriose riviste Rolling Stone o Billboard.

Un’altra copertina di cui siamo molto fieri è quella dedicata a Ry Cooder e Compay Segundo per l’album Buena Vista Social Club nel 1997. Anche in quel caso precedemmo molte altre testate internazionali perché potemmo avere il promo dell’album molto tempo prima dell’uscita ufficiale. Un’altra storica copertina nella storia buscaderiana fu senza dubbio quella dedicata al primo album di Norah Jones, Come Away With Me nel 2002. Anche in questo caso la nostra testata arrivò molto prima delle riviste americane e inglesi. Meritare la copertina del Buscadero è importante. A noi non interessano i budget pubblicitari delle case discografiche, abbiamo sempre cercato di dedicare le nostre cover a personaggi, a volte oscuri, a volte poco fotogenici ma di indubbio valore artistico. Non siamo mai scesi a compromessi e il merito di questa dirittura morale va senza dubbio a Paolo Carù che ha sempre tenuto ben saldo il timone, senza lasciarsi ammaliare dalla voce delle sirene.

Van Morrison un grande amore di Guido Giazzi
Van Morrison, grande amore di Guido Giazzi (foto Mattia Rispoli)

Sei una persona di cultura con tante passioni, hai dei progetti nel cassetto e qualcosa che stai realizzando?

Mi piace molto leggere e adesso ho la possibilità di farlo con più tempo a disposizione. Mi piace leggere e sottolineare le frasi e le parole usate dagli scrittori, cercare le definizioni delle parole che non conosco e comprendere lo stile di molti romanzieri e saggisti. Pochi giorni fa ho terminato di leggere Figure di Riccardo Falcinelli (Einaudi editore) una guida all’osservazione delle immagini. Un volume, di facile lettura, ricco di interessanti annotazioni, una gioia per gli occhi e per la mente.

Mi piacerebbe molto scrivere un libro dedicato al mio approccio con la musica, alla passione per gli LP , mi piacerebbe raccontare come, grazie alla musica ho conosciuto molte persone interessanti – musicisti, giornalisti, collezionisti, amici – perché, lo ribadisco, per me è importante il fattore umano. A questo gruppo vanno aggiunti i collaboratori del Buscadero quali Mauro Zambellini, Andrea Trevaini, Lino Brunetti, Helga Franzetti, Gianni Del Savio, Raffaele Galli, Gianfranco Callieri e Bruno Conti, in breve un dream team di prim’ordine. Mi interessa che dietro alla passione per la musica ci sia curiosità, conoscenza, sensibilità e soprattutto, entusiasmo e passione.

… e per finire i dischi preferiti di Guido Giazzi

Per finire, visto che lo fate un po’ a tutti, oggi ci vuoi elencare tu i cinque dischi da portare nell’isola deserta? E, poi, isola oppure baita in montagna?

Opto per l’isola deserta perché nel lungo inverno pandemico mi piace immaginare una soleggiata spiaggia con palma come spesso viene raffigurata nelle vignette della Settimana Enigmistica. I cinque album che ho scelto più che per il grande valore artistico hanno una forte valenza personale. Mi ricordano un momento particolare della mia vita e di questi dischi mi ricordo anche dove e quando li ho acquistati.

Ecco la mia cinquina (in verità sono un po’ di più…)

  • Van Morrison Veedon Fleece
  • Bob Dylan Street Legal
  • Sonny Terry & Brownie Mc Ghee Sonny & Brownie
  • Art Ensemble Chicago Ancient of Future vol.1
  • Alberta Hunter Amtrak Blues
  • MarkAlmond ‘73
  • Francesco Guccini Radici
  • Enzo Jannacci Sei Minuti all’Alba

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