Tra musica, letteratura, cinema e una lucidissima osservazione della realtà contemporanea, Pierpaolo Capovilla attraversa da anni le contraddizioni dell’Italia con uno sguardo insieme poetico e politico.
Con Le città di pianura, diretto da Francesco Sossai, ha trovato una nuova forma espressiva per raccontare un Nord-Est sospeso tra malinconia, ironia e disillusione.
Un road movie esistenziale che, partendo dalle periferie della pianura veneta, finisce per interrogare il senso stesso dell’abitare il presente.
Le città di pianura racconta il viaggio di due cinquantenni ai margini attraverso la pianura veneta, trasformando il paesaggio del Nord-Est in una riflessione sull’alienazione contemporanea, la marginalità e il bisogno di comunità.
Il film ha ottenuto ben 8 David di Donatello, risultando il film più premiato della 71ª edizione.
Lorenz Zadro intervista Pierpaolo Capovilla

Partiamo dal film. Chi è davvero Doriano? È un personaggio o una condizione esistenziale?
Ti risponderei così, pilatescamente: Doriano è una finzione cinematografica alla ricerca di una verosimiglianza esistenziale, nello spirito del film, che vuole descrivere un mondo che esiste, persone reali, vite vissute.
In ‘Le città di pianura’ il paesaggio non è uno sfondo ma quasi un protagonista.
Senza dubbio. La fotografia è cruciale, sembra quasi che l’intenzione di Francesco Sossai fosse proprio quella di descrivere figurativamente la provincia veneta, e lo fa con sguardo languido, con gentilezza e amicalità, cercando di dipingerne l’urbanizzazione in tutta la sua tristezza.
Guardando il film viene in mente una domanda: siamo diventati una società di individui sempre più soli?
Carlobianchi e Doriano, due falliti perdigiorno, si affezionano spontaneamente al giovane Giulio, alla ricerca di una nuova amicizia. Lo fanno senza chiedersi un perché. Forse perché si sentono abbandonati, si sentono perduti. A differenza di Giulio, non posseggono uno smart phone, non consultano google per raggiungere una meta, non seguono i social, sono malinconicamente legati al loro passato, rinunciando al contemporaneo, e proprio per questo, io credo, hanno preservato un rapporto d’amicizia autentico, fatto di vicinanza e amore reciproco. Non è poco, è tutto ciò che hanno.
Doriano e Carlobianchi passano il tempo inseguendo “l’ultimo bicchiere”. Dietro l’ironia sembra esserci qualcosa di più profondo.
Qui in Veneto si beve per bere, senza una ragione determinante. Per ammazzare il tempo, per non sentirsi soli, appunto. In quell’ultimo bicchiere si nasconde una resa alle circostanze storiche; abbiamo creduto nello sviluppo economico, e ci siamo dimenticati del progresso umano, forse perché non sappiamo cosa sia.
Il film arriva in un momento storico segnato da guerre, crisi economiche e polarizzazione politica. Come osservi il presente?
Siamo tutte e tutti testimoni oculari dell’abisso morale in cui il sistema capitalistico sta sprofondando la civiltà umana. Lo chiamano trans-umanesimo, post-umanesimo, ma io intravedo qualcosa di terrificante: nell’intelligenza artificiale la violenza armata, nella violenza armata, la fine della democrazia, una parola ormai priva di significato. Sembra quasi di vivere in un romanzo di Philip K.Dick.
In questo senso il cinema può ancora essere uno strumento politico?
Come la canzone popolare, il cinema deve essere strumento politico, altrimenti non servirebbe a niente. Con una bella canzone, che sappia suonare le corde del cuore di chi l’ascolta, possono celarsi mille comizi di giustizia e uguaglianza, perché il processo creativo non si ferma in uno studio di registrazione, o su un palcoscenico, ma continua in chi in quella canzone ritrova la propria stessa vita; così con un film: in Le Città di Pianura c’è un testo piccolo piccolo, e un sottotesto inesauribile. Forse è per questo che tanta gente è tornata al cinema una due tre volte.

Pierpaolo Capovilla (foto Daniele Bianchi©)
Nel film emerge anche una certa nostalgia. È nostalgia del passato o di un’idea di futuro che non si è realizzata?
La nostalgia domina la narrazione del film, il futuro… Ce l’hanno rubato gli azionisti della guerra. Che siano stramaledetti.
Tu hai sempre attraversato linguaggi diversi: musica, poesia, teatro, ora cinema. Cosa cambia?
Sto vivendo un momento della vita nuovo e avvincente, cerco di rimanere me stesso, qualsiasi cosa mi accada.
Guardando l’Italia di oggi, quale immagine ti sembra rappresentarla meglio?
Una comunità umana intrappolata in un sempiterno presente, dimentica del suo passato, indifferente al proprio destino. Nel qualunquismo populista, nell’ur-fascismo, per citare Umberto Eco, nella rinuncia alla lotta di classe -cuore della democrazia- nella paura del migrante, nella discordia, seminata a piene mani da un personale politico mai così inadeguato e insufficiente, la nostra amata Repubblica ha perduto se stessa.
La colonna sonora di ‘Le città di pianura’, a cura di Krano, sembra dialogare continuamente con il paesaggio e con i silenzi dei personaggi, quasi fosse una voce nascosta del racconto. Pensi che oggi la colonna sonora abbia ancora la capacità di raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere, soprattutto in un film che parla di solitudine, amicizia e smarrimento contemporaneo?
La risposta non può che essere un SI, un si grande come un palazzo. Krano ha fatto un lavoro delizioso, di una profondità sconcertante, e il suo contributo si è rivelato fondamentale.
Ultima domanda. Cosa resta dopo l’ultimo bicchiere?
Il sonno della sbronza, dell’”inutile stanchezza”, per dirla con Esenin. Una gran bella e profonda dormita, tanto domani sarà uguale a ieri.





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