A soli tre anni dall’acclamato “Hackney Diamonds”, i Rolling Stones dimostrano che il tempo, per loro, è una variabile del tutto irrilevante.
Il 10 luglio 2026 segna il debutto ufficiale del loro venticinquesimo album in studio, “Foreign Tongues”, un lavoro che conferma il loro status di divinità viventi ed urla al mondo una verità incontestabile: la forza esplosiva della band è intatta, selvaggia e più viva che mai.
Ecco cosa rende questo nuovo capitolo un ascolto imprescindibile per chiunque abbia il rock ‘n’ roll nelle vene.
L’anima viscerale del blues: un ritorno alle radici
Se c’è un filo conduttore che unisce l’intera epopea degli Stones, è l’amore viscerale e indissolubile per il blues americano. In Foreign Tongues, questa passione è solo in parte una nota nostalgica, ma soprattutto linfa vitale che pulsa in ogni singola traccia. La band smette i panni delle icone da stadio per tornare idealmente nei fumosi club dei lori esordi.
Queste sensazioni erano già ben chiare grazie a qualche piccola anticipazione come “Rough and Twisted”, brano d’apertura (già circolato tra i collezionisti su un vinile a tiratura limitatissima sotto lo pseudonimo di The Cockroaches) che si conferma essere un blues-rock fangoso e ruvido, dove le chitarre di Keith Richards e Ronnie Wood si intrecciano in quel magico “weaving” che ha fatto la storia, sorrette dall’armonica indiavolata di Mick Jagger.
Molto apprezzate anche le cover d’autore con cui la band rende omaggio ai propri maestri. Avevamo già avuto il piacere di ascoltare una potente rivisitazione di “Beautiful Delilah” di Chuck Berry, ma la band stupisce tutti rileggendo in una chiave squisitamente ed elegantemente blues il classico moderno “You Know I’m No Good” di Amy Winehouse.
Forza esplosiva e urgenza creativa
Registrato in meno di un mese ai Metropolis Studios di Londra sotto la sapiente guida del produttore Andrew Watt, “Foreign Tongues” cattura l’energia grezza di una band che suona per il puro gusto di farlo, con la fame dei debuttanti e la totale libertà di chi non deve più dimostrare niente a nessuno.
Mick Jagger aggredisce il microfono con una vitalità e un’urgenza espressiva sbalorditive. Come scritto sopra non si tratta però di un’operazione nostalgia: gli Stones affrontano il presente a colpi di riff taglienti e una potente sezione ritmica guidata da Steve Jordan, dimostrando che l’età non ha minimamente spento il loro potenziale incendiario.
Un ponte tra passato e futuro: gli ospiti stellari
L’album si configura anche come una straordinaria celebrazione della musica globale, impreziosita da collaborazioni stellari che si integrano perfettamente nel sound grezzo della band.
Su di tutti, ovviamente, quello che rimane uno dei momenti più emozionanti del disco, la batteria dell’indimenticabile Charlie Watts torna a ruggire in una traccia, recuperata da una delle sue ultime sessioni di registrazione prima della scomparsa.
Ma non è tutto, poiché il disco vanta la presenza di alcuni dei più importanti artisti che hanno fatto la storia del rock mondiale, come la presenza di Sir Paul McCartney al basso, le tastiere storiche di Steve Winwood, le sfumature atmosferiche di Robert Smith (The Cure) e le percussioni telluriche di Chad Smith (Red Hot Chili Peppers).
“Foreign Tongues” è un ulteriore album di conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno), ed è anche la testimonianza ravvicinata di un’esplosione chimica che dura da oltre sessant’anni.
I Rolling Stones sono tornati, e fanno ancora un rumore d’inferno.





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